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I consorzi irrigui ieri e oggi: organizzazione, funzionamento e tecnologie

20 Luglio 2023
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Dopo il viaggio nella storia dell’irrigazione in Val di Non, in cui ti abbiamo raccontato come siamo giunti ad adottare l’irrigazione a goccia nei nostri frutteti, oggi ti spieghiamo come riusciamo a non sprecare nemmeno goccia d’acqua grazie ad esso. Ci accompagnerà Marco, che conosce molto bene i meccanismi e la tecnologia alla base di questo tipo di irrigazione.
Puoi trovare un’anteprima dell’intervista in questo video

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Ciao Marco. Puoi presentarti?

Sono Marco Fellin, frutticoltore Melinda di Revò e da 25 anni Presidente del Consorzio di Miglioramento Fondiario del paese. Da 25 anni, insieme al consiglio dei delegati, ci occupiamo dell’irrigazione della zona.

Vuoi raccontarci perché, rispetto ai precedenti sistemi di irrigazione, l’impianto a goccia permette un notevole risparmio idrico?

Dagli anni ‘85-‘90 abbiamo iniziato la trasformazione degli impianti da pioggia lenta a goccia. Questo tipo di impianto è localizzato e ci permette di risparmiare una considerevole quantità di acqua: si irriga soltanto la fascia di terreno sfruttata dalla pianta, evitando dunque sprechi nelle parti di terreno non coltivate e nelle strade interpoderali. L’impianto a goccia permette un’irrigazione di precisione, impensabile fino a qualche decennio fa.

Marco, vuoi spiegarci meglio cosa intendi con ‘ irrigazione di precisione’?

Certo. Nei primi anni di adozione di questo tipo di impianto ci siamo affidati soprattutto all’esperienza e alle nostre conoscenze. Presto però ci siamo accorti che era necessario imparare a gestirlo bene per migliorarne l’efficienza e ridurre ancora di più gli sprechi di acqua. Nella nostra valle i terreni hanno esigenze diverse a seconda della loro struttura:
– i terreni sciolti, sabbiosi, necessitano di intervalli più brevi tra un’erogazione di acqua e la successiva. Qui è meglio accorciare quindi la turnazione e diminuire la durata dell’irrigazione: anziché irrigare un’ora di giorno e un’ora di notte è meglio irrigare mezz’ora per 3 volte al giorno;
– i terreni pesanti, argillosi trattengono più acqua, quindi qui conviene aumentare la durata dell’irrigazione.

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Quali sono gli strumenti che consentono a tale sistema di adattarsi bene al nostro territorio?

Nulla è lasciato al caso: la tecnologia ci viene in aiuto, mettendoci a disposizione degli strumenti che ci danno la conoscenza del reale fabbisogno idrico di ogni terreno. In pratica posizioniamo nel terreno delle sonde a profondità ben precise, le quali misurano la quantità d’acqua presente nel suolo. Il sistema è computerizzato e grazie alla lettura dei dati fornitici da queste sonde possiamo gestire in modo ottimale la quantità di acqua da erogare per singola zona. Questo ci permette di evitare sprechi d’acqua e allo stesso tempo ci consente di allungare la vita della pianta e soprattutto di migliorare la qualità del prodotto.

Vuoi spiegarci in parole semplici come funziona esattamente l’impianto che irriga i nostri frutteti?

L’acqua parte dall’opera di presa e arriva ai vari consorzi di miglioramento fondiario attraverso un grande tubo, viene filtrata e poi distribuita su tutta la superficie del consorzio. All’interno del perimetro consorziale ci sono varie idrovalvole, ognuna delle quali copre una superficie di circa un ettaro, un ettaro e mezzo. Queste sono computerizzate e distribuiscono l’acqua nelle varie particelle. In ogni particella è posizionato inoltre un rubinetto, che il contadino può gestire in autonomia, a seconda delle esigenze del proprio meleto. Il Consorzio dunque ha una gestione generale dell’impianto ma ogni singolo agricoltore ha una certa discrezionalità nel gestire l’acqua all’interno del proprio appezzamento e ridurre ulteriormente in questo modo gli sprechi.

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Perché questo margine di discrezionalità al singolo socio nella gestione dell’acqua?

Perché ogni contadino conosce perfettamente il suo frutteto e sa che la pianta ha bisogno di quantità diverse di acqua a seconda dell’età e del periodo dell’anno. Avendo tali conoscenze, il contadino può addirittura favorire il cosiddetto stress idrico: in certi periodi dell’anno ridurre l’irrigazione, favorisce la pianta nella formazione di migliori gemme a frutto per l’anno successivo.

L’irrigazione a goccia ha comportato dei cambiamenti anche a livello strutturale nel nostro territorio. Quali?

Prima dell’adozione dell’impianto a goccia l’acqua scorreva direttamente dall’opera di presa fino ai vari consorzi attraverso canali a cielo aperto, che passavano attraverso il bosco. Questo sistema non era ottimale, perché comportava una certa dispersione d’acqua e perché l’acqua, durante il tragitto si sporcava e arrivava a destinazione piena di detriti (rami, terra, sassi). Negli anni ’90 quindi, oltre a fare gli impianti a goccia, nella zona abbiamo sostituito i vecchi canali con un unico tubo. Prelevata dall’opera di presa, l’acqua è stata convogliata in un unico tubo chiuso che la conduce ai vari consorzi, evitando così sprechi e permettendo ad essa di arrivare pulita, condizione fondamentale per un buon funzionamento dell’impianto a goccia.

Vuoi spiegarci quanto la costruzione di queste opere strutturali ha influenzato il modo di gestire l’acqua?

Prima ogni paese aveva il proprio consorzio di miglioramento fondiario e gestiva la risorsa idrica in modo autonomo. Solo l’unione tra i vari consorzi ha permesso la costruzione di impianti strutturali di una certa importanza e di un certo costo. Da noi ad esempio la costruzione di un tubo unico è stata possibile solo grazie all’unione dei consorzi di miglioramento fondiario di quattro paesi in un unico consorzio chiamato Consorzio di irrigazione della Terza Sponda.

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Raccontaci brevemente come si sono evoluti i sistemi di irrigazione nella tua zona e quali conseguenze hanno avuto sulla qualità di vita della popolazione.

Fino al 1950 l’irrigazione era tutta a scorrimento. In pratica c’erano dei fossi di terra in cui passava l’acqua e il proprietario del singolo appezzamento ne interrompeva il flusso e lo deviava nel proprio terreno con delle pale. Una grande quantità di acqua si disperdeva nel terreno, perché i fossi erano di terra. In seguito si sono costruiti dei canali in cemento in cui far scorrere l’acqua e le vecchie pale sono state sostituite da pale un po’ più moderne, adatte ai fossi in cemento. Dal 1950 in poi sono nati i primi irrigatori. Erano dei pistoloni grandi con degli ugelli di qualche centimetro, che venivano spostati a mano tra i vari appezzamenti. Mano a mano che la filtrazione dell’acqua migliorava, gli irrigatori diventavano più piccoli, aumentavano in quantità e diventavano fissi, il diametro degli ugelli diminuiva e così anche la gittata, consentendo di irrigare zone più ampie. Sembrava andasse tutto bene ma la dispersione di acqua era ancora troppa: c’erano problemi di evaporazione e il vento spostava la gittata in porzioni di terra non coltivata. Per questo verso gli anni 80 si è iniziato a parlare di impianti a goccia. I vecchi irrigatori sono stati sostituiti da piccoli gocciolatori, dando vita a un’irrigazione di precisione e aumentando notevolmente il risparmio di acqua. Mano a mano che si risparmiava acqua, questa non veniva lasciata nell’alveo del torrente, veniva comunque portata in paese e si ampliava così la superficie irrigata, consentendo la coltivazione su zone prima incolte. La crescita della superficie catastale ha permesso a molte famiglie del paese di vivere di agricoltura, di rimanere sul posto ed evitare di migrare all’estero.

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Dal tuo racconto si evince che la gestione dell’acqua attraverso i consorzi di miglioramento fondiario è stata fondamentale.  Quando sono nati e quel è la differenza tra consorzio di miglioramenti fondiario consorzio di bonifica? 

A Revò si è iniziato a parlare di acqua nel lontano 1779. Allora il capo regola (il Regolano) ha chiamato tutti i capi famiglia in piazza per iniziare a parlare di concessioni, di canali di acqua e di come dividerli. Sembra che la concessione del comune di Revò sia la più vecchia di tutto l’arco alpino. L’acqua a quei tempi veniva venduta in parti uguali a tutti i capo famiglia che proprietari di campagna e residenti in paese da più di 10 anni. Le ore di acqua di ogni famiglia non potevano essere vendute e, quando non si usava tutta, questa tornava all’amministrazione, che la vendeva a circa 10 lire all’ora. I consorzi di miglioramento fondiario sono nati più tardi, in seguito ad un Regio Decreto del 1933. A questi veniva assegnato il compito di gestire nell’interesse generale la risorsa idrica e incentivare il riordino fondiario all’interno di un perimetro catastale, di progettare, costruire e mantenere tutte le opere, oltre alla facoltà di occuparsi della messa in sicurezza del suolo e della regimazione delle acque. Lo stesso Regio Decreto ha istituito anche i consorzi di bonifica. La principale differenza tra questi e i consorzi di miglioramento fondiario è che il consorzio di miglioramento fondiario opera su aree ben definite, il cosiddetto perimetro consorziale, mentre i consorzi di bonifica operano su aree molto più ampie.

Questo tipo di gestone dell’acqua porta il risparmio idrico su tutte le produzioni della Val di Non ed i benefici in termini di sostenibilità e futuro sono davvero notevoli.

 

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